Interventi decorativi nel palazzo dell’INAIL di Cagliari

DA: Rapporto Annuale Regionale 2003 - INAIL SARDEGNA
Pag. 85, paragrafo 2.6 "Interventi decorativi nel palazzo dell’INAIL di Cagliari"
Loredana Lai - Sintesi tesi di laurea - Università di Cagliari


All’interno dell’edificio, nel vasto androne d’ingresso, campeggia uno dei tre affreschi realizzati nel 1957 dal pittore leccese Pippi Starace dedicato, senza soluzione di continuità, ai temi dell’assistenza sanitaria, del lavoro in miniera e del lavoro portuale (Fig. 3 alla pagina seguente).
Assen Peikov e Pippi Starace, pur così diversi nel loro cammino formale e stilistico, riflettevano quel gusto per il “neorealismo sociale” che si era andato definendo dagli anni Trenta nella Capitale, nella quale erano attivi.
Interpreti delle scelte iconografiche dettate dall’Istituto committente, per il quale operarono anche successivamente, entrambi rispettarono il principio fondamentale di chiarezza dei concetti, al fine di ottenere un’arte, al contempo popolare ed universale. Così il lavoro e la famiglia, soggetti archetipali ed eterni, divennero i temi centrali della decorazione dell’edificio cagliaritano.
Pasted Graphic
Fig. 3 (nota: 8La riproduzione dell’affresco in Fig. 3, per motivi tipografici, è basato su tonalità di blu e di grigio e non rende compiutamente lo straordinario effetto visivo dei colori reali, come descritto nel testo)

Il tema del lavoro, rappresentava una scelta d’obbligo per l’INAIL, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, e s’inseriva perfettamente nella dimensione simbolica richiesta alla grande decorazione, esplicandosi nella rappresentazione delle principali attività produttive della regione: l’attività estrattiva delle miniere, il lavoro portuale e la pastorizia. Né poteva mancare la raffigurazione dell’assistenza sanitaria. Pippi Starace la sintetizzò nella sezione sinistra dell’affresco d’ingresso, dove l’intensità espressiva dei colori terrosi, con le loro larghe campiture piatte, fa risaltare per contrasto il bianco camice dell’infermiera e del medico, simbolo di salvezza. Bianco purissimo che rimbalza, quasi in un gioco di scambi, nel bassorilievo in ceramica con il quale Peikov nel 1957 avrebbe fornito la sua interpretazione del tema per un altro edificio INAIL, nella città di Chieti 8 .
Il lavoro in miniera e le dure condizioni cui erano sottoposti i minatori, non poteva certo mancare tra i temi richiesti dall’Istituto. Si trattava di un argomento particolarmente sentito in Sardegna che vide l’arte, soprattutto con l’acuirsi della crisi carbonifera nel Sulcis durante gli anni Cinquanta, diventare interprete di quel dramma attraverso le opere di numerosi artisti locali: da Aligi Sassu, con l’affresco La Miniera, eseguito nel ’50 per la Foresteria di Monteponi a Foiso Fois, con il disegno Minatori del ’51 e la grande tela dell’ Imboscatore in miniera, del ’53, solo per citare alcuni dei più noti. Interessante, quindi, verificare la capacità con la quale Starace e Peikov riuscirono ad inserirsi nel solco di questa tradizione così ben consolidata nell’arte sarda.
Nell’interpretazione fornita da Pippi Starace è soprattutto il colore a parlare, a gridare con forza, con lo stridere dei toni terrosi accanto ai gialli che vanno dal freddo zolfo al succoso girasole mescolandosi con le tonalità aranciate in un paesaggio minerario reso unicamente da rocce dure, il quale sembra non lasciare spazio all’individualità dei minatori, rappresentati sempre di spalle o di profilo così da nasconderne il viso. Nel Minatore di Peikov visto in Fig. 1, invece, è la durezza del bronzo a tradurre il travaglio fisico del lavoratore. Lo scultore bulgaro, che come Balzac sapeva cogliere il segreto mistero che illumina ogni personaggio, trasfuse nella materia tutta la sofferenza di quel corpo smagrito, di cui sottolineò volutamente il costato, ma che conserva la dignità e il vigore di chi non si arrende.
La rassegna delle attività economiche presenti in Sardegna e eternate nelle decorazioni dell’INAIL, si conclude con il tema del lavoro portuale, sintetizzato da Starace nel suo affresco nell’immagine dei due operai in primo piano, colti in un momento di lavoro, mentre sullo sfondo si stagliano l’alta gru e la possente prua di una nave, investita da un raggio di luce abbacinante.
Anche Peikov non aveva tralasciato questo tema (vedi fig. 2), rendendolo con un altro esempio del suo proverbiale realismo: uno scorcio in prospettiva delle saline cagliaritane e del porto. Ben diversa l’iconografia con cui Delitala rappresentava lo stesso tema a Trapani, nel salone delle adunanze della Camera di Commercio. Qui la scelta di personaggi mitologici elevava il lavoro al rango di mito.
Al piano superiore, nella saletta d’attesa, un'altra prova di Pippi Starace: Il lavoratore e la famiglia, tema archetipale per eccellenza, per il quale l’artista schiarì la sua tavolozza fatta ora di toni rosati e aranciati che si sbiancano come la pietra leccese, in un linguaggio in cui si fondono scambievolmente esperienze di post–cubismo e scuola romana.

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Fig. 4

L’ultima opera decorativa presente nell’edificio, la grande pittura murale di Pippi Starace (fig. 5) con soggetto astratto e giocata sul contrasto cromatico di piatte tarsie geometriche, riporta alla memoria le scelte per il non figurativo presenti anche nella decorazione del palazzo delle poste di Palermo, opera di Bruna Somenzi.
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Fig. 5
Pur non rientrando tra i beni di interesse storico artistico sottoposti al controllo della Sopraintendenza, questa effettuò, su richiesta dell’Istituto una perizia tecnica sulle pitture di Pippi Starace. In tale occasione il dott. Francolini e la dott.ssa Siddi, sottoscrissero la necessità di un intervento conservativo immediato, concretizzatosi con il restauro compiuto nel 1986 dal figlio dell’artista, Glauco Starace.

Pippi Starace a “La Giara” - Una pittura quasi musicale

Nel 1923, vincitore di una borsa di studio dell'allora Deputazione provinciale, Pippi Starace con il diploma della Scuola d'Arte e con le nozioni acquisite alla «bottega di scultura » di Aristide Massari, lasciò Lecce per perfezionarsi a Roma. Non immaginava allora, il non ancora diciottenne, che quello sarebbe stato un distacco definitivo; sì, il legame sarebbe rimasto, ogni tanto una scappata a riabbracciare i familiari e rivedere gli amici, ma ormai la vera sede di maturazione, di la voro, delle attese di successo, era Roma.
E Starace, che mai ha voluto italianizzare il diminutivo leccese di Pippi (suonato sempre strano agli orecchi di tutti i non pugliesi, almeno fino a che non l'ha popolarizzato la omonima... Calzelunghe), è rimasto col cuore legato, alla terra natale, ma gli occhi, la mente, la mano hanno perduto ogni residuo provinciale'
Dopo le esperienze di un tardivo uturismo anni '30, Pippi Starace si è creato un modulo personale, ricorrente in tutto l'arco della «storia)~ artistica che va verso i cinquanta anni (ma dove la nasconde la sua età, fresco com,è nella sua agile maturità?), sintetizzato in un cubismofigurativoastratto, composto in valenze geometriche che operano un equilibrio mirabile nelle superfici .piccole, medie e grandi dei suoi quadri.
Quel che lo ha posto però in posizione preminente e originale, tra gli artisti contemporanei, è la sua attività di pittore murale. Senza dubbio, in questo settore, Pippi Starace, è tra i migliori affrescatori italiani.
Questa premessa mi è parsa utile per introdurre la prima mostra leccese dell'artista. Chi segue la vita artistica cittadina, ricorderà due suoi quadri di « lampare », presenti nella collettiva di pittori salentini che allestimmo nel lontano 1954, con la preziosa collaborazione di Vittorio Bodini e di Ciccio Barbieri, e gli altri due quadri più recenti alla collettiva di inizio d'anno del RIAM.
Bene, Starace ha offerto agli ammiratori d'arte leccesi una mostra di livello molto alto, allestita con squisita accuratezza da «La Giara». Nei suoi numerosi quadri, si possono rilevare tutte le incidenze della sua formazione e della sua lunga, pregevole carriera: gusto del colore; eleganza compositiva; equilibrio di piani strutturali e figurazione; disegno della figura e risultati extrafigurativi; simbolismo e paesaggio a piena aria.
Quando l'occhio si ferma più at tentamente sulla superficie dipinta, solo una volta vi riconosce l'olio, poi, negli altri quadri, avverte una specie di pellicola porosa incrostata sulla tela e in alcuni tra essi questa crosta lavorata quasi in un piattissimo alto-bassorilievo: è la tecnica dell'affresco, trasportata sulla tela e con l'aggiunta di misteriose colle e cere che rendono il quadro inattaccabile dagli agenti atmosferici, cui le pitture soggiaccio, purtroppo.
Non è ambizione di vincere il tempo, quel che ha deciso PIppi Starace a questo.. impasto, forse anche questo, esso è se mai il risultato unitario del suo impegno di incisore, affrescatore, scultore, mosaicista.
Questo è Pippi Starace, avrebbe potuto intitolarsi la mostra, se le personali usasseso mai intitolarsi;
perchè essa documenta il cammino percorso dall'artista nei vari settori, i risultati conseguiti, e soprattutto il gusto, la politezza espressiva, la serenità del linguaggio coloristico, la corposa soronità dei toni ora caldi e ovattati, ora acuti e limpidi ' Una pittura quasi musicale, in cui le onde sonore acquistano corpo visibile, per distendersi in linee e colori, nella luce e nello spazio.

Ennio Banca

Commentario di Alfonso Gatto

Potere dell'immaginazione che inventa le sue maschere oniriche e esterrefatte. Lo scoperto insistere delle campiture, sferiche e della convenuta geometria post-cubista, lo ha portato a idoleggiare un dialogo tra pic­coli e grandi mondi, tra il rimbalzo del gioco e la mirifica so­spensione dei pianeti, come in "Eclissi" o in "Ninfa rossa" in "Amadriade N. 2" dove l'affacciarsi impetuoso e esta­tico dei volti ha una fissità chimerica ancora significativa­mente, umana. Forse, a guardare questo mondo, è il segreto incantato "Ragazzo del Sud", del '69, la testa appoggiata alle braccia stese sul vano del muro. Il discorso metaforico e metamorfico di Starace, del re­sto, non sfugge mai a questo valore di corrispondenza che è, nelle cose e nelle figure, lo specchio della loro attonita natu­ralezza.
In un affresco molto fascinoso, quale "Pescatore con lam­para" del '63, l'ardito attacco del nudo metafisico e reale in­sieme al fanale tanto più grande di lui, nell'atto forse di sol­levarlo, è, più che un'immagine di sé forte e slogata, una vera propria "situazione di forme", compenetrate a significare l'espressività geometrica del contesto pittoricamente essen­ziale e sicuro. Così, in "Ragazza dei trulli" del '68, la rastrematura ideale e limpida delle architetture e il corpo tutto aderente della donna che continua le linee veliche dei trian­goli, hanno il giusto peso dell'equilibrio che li definisce nella mutua sospensione come un dialogo. "Ragazza del porto" del '71 e "Ragazza e luna" dello stesso anno, tendono anche esse; nel puro sigillo del volto accerchiato dall'umana fattez­za, all'incanto dell'immagine culturale che idoleggia la nuova grazia dell' "antigrazioso", ma già sugli echi di un Klee pas­sato attraverso Saetti: tuttavia è di Starace la risposta al loro estatico fissare, nei quadri venuti dopo o immediatamente vi­cini nel tempo, da "Sole e mare", a "Donna di luna e fiori", a "Figura con fiori", a "L'attesa". Il contemplatore ne è con­templato, le immagini si rispondono nella fissità esigente e ultimativa. Gli sviluppi di Starace sono, oltre il suo fecondo pittori­cismo, nella dinamica di un evento immaginoso in cui, all'al­tezza di un'estasi mentale che giunge a fermarsi, viene a con­sistere e a durare una nuova naturalezza della parabola pitto­rica, come in "Albero del sole N. 1" e in "Albero del sole N. 2". "Pastorali", sono state giustamente definite le due opere, ma senza altro racconto che non sia quello dell'elemen­tare partitura in cui vengono a raccogliersi e a definirsi gli' spazi significanti di questo arcaico primitivismo. Anche se, dall'affacciarsi improvviso di "Susanna", dal suo forte al­larme, s'annunciano altre meteore precipitose, quali "Icaro" e "Nascita di Venere", è la quiete delle allegorie e dei simboli planetari a fissarsi nell'estatica, attesa della nuova pit­tura di Pippi Starace,  forse per un vangelo che gli discorra immobilmente della sua pace edenica o di una apocalissi che gli metta a soqquadro il quadro per nuove energie , dirom­penti e conflagranti nella luce.
Certo, tra il "dentro" e il "fuori" della natura, dallo istinto alla meditazione, Pippi Starace non può sfuggire alla sua forza caratterizzatrice, al suo segno dominante. L'am­piezza compositiva, anche nelle piccole e nelle medie dimen­sioni dell'opera, gli accende la colorazione. La pittura, quale esperienza continua e culturalmente avida di bruciare, non gli risparmia la tentazione di tutte le sue prove: Ma, oltre l'espressionismo realistico della sua natura meridionale, c'è per Starace, questa sua educata vocazione tonale, i cui rap­porti, quanto più labili e sovrapposti e intersecati e cangianti, tanto più rendono disperante e insieme promessa la compo­sizione della sua naturale dialettica di pittore. Maovaz lesse bene in questi quadri, con parole che me­ritano la citazione: "Sbrigliato o chiuso in una serie di rap­porti tonali, il colore è in Starace elemento importante ed il suo alto senso artigiano sa trarre persino dall'affresco sono­rità cromatiche invero inusitate. Certi gialli che vanno dal freddo zolfo al succosoo girasole, si mescolano agli aranci si sbiancano come la pietra leccese sino a giungere quasi: all'ab­bacinante tondo solare...". Guardate "Albero combusto" del '70. Può essere il sim­bolo di tutta l'opera pittorica di Starace: oltre il gesto roman­tico estremo c'è una forza arcaica di vita che afferma l'essere indomito di quella forma ancora bruciata dalla. sua tenacia figurale, ancora rinvigorita dai suoi spacchi. La giovinezza vive e attecchisce su questo fusto ed è la "Ninfa", albero e virgulto del mare.
Nella pittura di Starace corre questa gran­de vena azzurra e sulle sue tele il sole non tramonta: è la fis­sità dell'occhio, il vento della luce che muove e sbandierala sua iride.
Alfonso Gatto